Una pausa dal dolore: percezione ambientale e pet therapy in ospedale
Tempo di lettura: 6minutiNote sparse sulla percezione ambientale in pet therapy (e altri cortocircuiti emotivi — Quid compreso).
Nel reparto oncologico del Bellaria qualcosa incrina l’ordine previsto. Si muovono le sedie, cambiano i gesti, lo sguardo si allarga. L’ambiente risponde, e lo fa a modo suo.
Quando ho cominciato questa ricerca sulla percezione ambientale negli ospedali durante la pet therapy, non mi aspettavo una reazione così viscerale, quasi geometrica. Come se l’ambiente, all’arrivo dell’animale, subisse una distorsione percettiva collettiva.
Sto seguendo da vicino l’associazione ChiaraMilla nel progetto 4 zampe per la vita che porta i suoi amici a quattro zampe tra i pazienti del reparto di oncologia dell’Ospedale Bellaria di Bologna. Le mie osservazioni sono discrete ma mettono in luce delle dinamiche sorprendenti che smuovono in me qualcosa di molto più remoto e profondo.
Ho visto pazienti oncologici attaccati alla flebo sorridere di riflesso, senza che nessuno avesse detto nulla. Ho visto una sala d’attesa interrompere la sua funzione – non più spazio di attesa ma territorio di tregua. E ho capito che non stavo solo osservando interazioni. Stavo osservando un cambio di forma.
L’ambiente non è neutro (e nemmeno i sorrisi)
L’ospedale è un dispositivo che definisce ruoli, distanze, rituali. La pet therapy, inserita in questo meccanismo, agisce come disinnesco simbolico.
Non è che “arriva un cane e la gente si rilassa”. È che il ruolo spaziale del paziente cambia. Da corpo in attesa a soggetto interattivo.
La sedia non è più un appoggio passivo, ma un punto di osservazione. Il corridoio non è solo transito, ma traiettoria dell’arrivo. La stanza diventa scena.
Sto lavorando su strumenti che siano delicati, che non invadano, che lascino affiorare. Perché l’ambiente, nei contesti sanitari, non si misura a colpo d’occhio. Si ascolta per differenza.
Ho messo in campo mappe comportamentali, il SAM (Self-Assessment Manikin, una scala visiva per misurare l’umore) e il PANAS (Positive and Negative Affect Schedule, un questionario per valutare le emozioni positive e negative): strumenti che si rivelano cruciali non per rilevare genericamente “quanto si è felici”, ma per cogliere le micro-variazioni di presenza, di agency (la capacità di agire e interagire), di orientamento nello spazio che si manifestano in questi momenti unici.
Perché l’ambiente ospedaliero, con il suo carico emotivo intrinseco, non si misura con un semplice sguardo. Si ascolta nelle pause, si percepisce nei piccoli gesti, si decifra nelle reazioni inattese.
Fenomenologia di una sospensione
Quello che mi interessa davvero non è il “benessere” (troppo generico), ma la sospensione percettiva: quel momento in cui la routine dell’ambiente si incrina e qualcosa di inedito accade.
Come se il cane funzionasse da interferenza semantica, capace di sabotare per un attimo la grammatica dell’ospedale.
I pazienti volevano una foto insieme al cane: volevano un selfie in ospedale, durante la chemio. Chi vorrebbe una fotografia di un momento così delicato, doloroso e pesante? Non fotografavano la chemio che stavano facendo. Fotografavano la presenza. L’animale diventava pretesto per documentare un tempo diverso, una parentesi che sfuggiva al linguaggio medico.
Una micro-utopia da studiare sul campo
Non sto cercando di dimostrare che “i cani fanno bene” – ci sono già abbastanza cuoricini su Instagram per quello.
Quello che cerco è capire come l’ambiente viene rifigurato quando si introduce un animale in un sistema rigido, quando entra un elemento fuori posto.
È uno spazio che si piega. È una narrazione che si interrompe. È una nuova affordance relazionale che emerge.
La ricerca è appena iniziata. Gli strumenti si stanno raffinando. Le ipotesi si moltiplicano.
E io, lì in mezzo, cosa faccio?
Mi occupo di percezione ambientale: osservo e interpreto, scelgo strumenti, li calibro, uso scale Likert, disegno mappe comportamentali per leggere quello che le persone non dicono.
Ma in ospedale ho capito quanto sia fragile tutto questo.
Le persone rispondono per cortesia, per stanchezza, per abitudine; a volte le risposte non vogliono dire niente.
Solo il modo in cui si siedono, abbassano lo sguardo, o sorridono quando entra un cane… quello sì, dice qualcosa. Perché il contesto non è neutro. E io questo lo so bene.
L’ospedale non è mai solo uno spazio: è un tempo sospeso, è attesa, è un fondo.
Ricordo bene il 2009, quando ho vissuto tre mesi davanti alla porta della rianimazione con mia madre in coma. Davanti a quella porta ero insieme a mio fratello e mia zia – la famiglia che mi era rimasta. A un certo punto non ci chiedevamo nemmeno più “quando ne usciremo”, ma solo come rimanere interi mentre tutto andava avanti fuori. Pranzavamo all’ingresso della rianimazione, aspettavamo ore per poter vedere mia madre dieci minuti al giorno. Ridevamo e facevamo battute; la gente ci guardava stranita, quasi come a pensare ironicamente “Ci tengono molto ai parenti, questi”. Non era per leggerezza, ma perché
la disperazione, a lungo andare, si impasta col quotidiano, e tu devi trovare un modo per starci dentro.
Oggi, in quel reparto, con i cani al guinzaglio e un taccuino in mano, mi ritrovo dall’altra parte, osservando le persone che cambiano postura, che parlano del loro cane, del loro lavoro, della malattia, che si lasciano andare, qualcuno con la voce rotta che inizia a piangere. Vedo in tempo reale lo spazio che si trasforma, perché cambia l’esperienza, e io lì, in mezzo, provo a leggere quella trasformazione, non per “fare qualcosa di utile”, ma per dare un senso a ciò che non si può misurare del tutto.
E poi arriva Quid
Anche perché, se devo essere sincera, io cercavo proprio questo: un senso. Qualcosa che fosse più vicino alla terra che al cloud. Non volevo passare la vita dietro a uno schermo a scrivere codice mentre tutto, intorno, perdeva forma e pelle. La tecnologia la uso, la rispetto, la smonto e rimonto ogni giorno – ma dentro di me c’è una nostalgia viscerale e ancestrale. Di quel tempo lento nei boschi con mio nonno; degli animali; di una relazione diretta con il mondo, non mediata da interfacce.
Il mondo così com’è, a volte, mi sembra ostile. Spesso mi trovo a dover tradurre tutto, decodificare ogni gesto, fare il doppio della fatica per metà della chiarezza. Gli ambienti – quelli urbani, sociali, istituzionali – diventano ostacoli mimetici.
Ma poi arriva Quid, il mio golden retriever. Insieme a lui l’ambiente si decodifica meglio, lo spazio cambia: si fa più leggibile, più morbido, meno estraneo. È un punto di orientamento percettivo.
Ed è lì che la ricerca si fa viva. Perché, in fondo, anche la ricerca – quella che mi interessa davvero – è questo: un atto di presenza. Non solo capire, ma ascoltare. Non solo misurare, ma testimoniare. È tenere insieme ciò che non torna, connettere l’osservabile e l’ineffabile, dare forma a ciò che altrimenti resterebbe silenzioso.